Le letture di oggi ci mettono davanti alla realtà dolorosa delle divisioni che hanno segnato la Chiesa fin dai suoi inizi. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, denuncia le rivalità nate dall’orgoglio: “Io appartengo a Paolo… io ad Apollo… io a Cefa” (cf. 1 Cor 1,12). Egli ricorda con forza che la nostra salvezza non è in una persona umana, ma in Cristo solo. I ministri servono il Vangelo, ma non possono mai diventare il centro della nostra fede, perché è Cristo che è stato crocifisso per noi.
Paolo non sminuisce il Battesimo, ma corregge una mentalità che divide il Corpo di Cristo. Anche oggi siamo chiamati a essere operatori di pace, capaci di difendere la verità senza perdere l’amore. Gesù stesso ci insegna ad amare, persino quando le differenze diventano motivo di conflitto, perché l’unità della Chiesa nasce dall’umiltà e dalla carità.
Il Vangelo ci mostra dove Dio sceglie di iniziare la sua opera: in Galilea, nella terra di Zebulun e di Naphtali, luogo di oscurità e di ferite (cf. Is 9,1). Proprio lì sorge la grande luce che è Cristo. Egli si avvicina ai dimenticati, ai piccoli, a coloro che sembrano lontani. Come insegna anche San Francesco, il Signore pianta la sua tenda tra gli ultimi. Siamo chiamati a fare lo stesso: costruire unità, portare luce, e lasciare che Cristo faccia di noi strumenti di comunione nella sua Chiesa.
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