In questa quinta domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci richiama con forza alla nostra vocazione di essere luce del mondo e sale della terra attraverso le opere buone. Il profeta Isaia ci mostra una felicità che non è rumorosa né trionfalistica, ma radicata nella fiducia e nella pace che vengono da Dio: “Condividi il pane con l’affamato, introduci in casa i miseri senza tetto, vesti chi vedi nudo” (Is 58,7). È una felicità fatta di verità, di silenzio interiore, di sicurezza nel sapere a chi apparteniamo. Non nasce dal successo o dall’autosufficienza, ma dall’essere custoditi dal Signore e dal vivere nella sua luce.
San Paolo, nella seconda lettura, va ancora più in profondità e ci ricorda che questa felicità non è conquistata, ma ricevuta. Dio non ha scelto ciò che è forte o sapiente secondo il mondo, affinché nessuno si vanti davanti a Lui (cf. 1 Cor 1,26–31). La nostra gioia nasce dal sapere che “è per opera sua che voi siete in Cristo Gesù” (1 Cor 1,30). Quando la nostra dignità non dipende più da ciò che realizziamo o dimostriamo, ma dalla scelta di Dio, allora la gioia diventa stabile e non fragile. È una felicità che non poggia sull’ego, ma sulla grazia.
Nel Vangelo, Gesù proclama le Beatitudini (cf. Mt 5,1–12) e rivela dove la vera felicità già dimora: nei poveri in spirito, nei miti, in coloro che hanno fame e sete di giustizia, nei puri di cuore. Non promette un’esistenza senza sofferenza, ma una presenza di Dio che trasfigura anche il dolore. Per questo dice: “Rallegratevi ed esultate” (Mt 5,12). Lasciare che la nostra luce risplenda attraverso la misericordia, il perdono e la pazienza può portare altri a glorificare Dio, ma talvolta anche a non comprenderci o a perseguitarci. In ogni caso, siamo chiamati a rendere grazie, perché il Signore ci concede la grazia di vivere secondo i suoi comandamenti e di camminare verso la nostra vera patria, il Regno dei cieli.
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