In questa quarta domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci interroga sul desiderio più universale dell’essere umano: la felicità. Tutti la cercano, in modi diversi, ma la Scrittura ci invita a domandarci dove essa si trovi davvero. Il profeta Sofonia parla a un popolo ferito e scosso, e ci mostra ciò che Dio custodisce: non i potenti o gli arroganti, ma un popolo umile e povero. La loro felicità è silenziosa, fatta di rifugio nel nome del Signore, di verità vissuta, di pace interiore e di sicurezza profonda. È una felicità che non fa rumore, perché nasce dall’appartenenza a Dio.
San Paolo, nella seconda lettura, spinge ancora più in profondità questa visione, ricordandoci che Dio non sceglie secondo i criteri del mondo. La felicità non può fondarsi sull’importanza personale, sul successo o sull’apparire. Se la nostra gioia dipende dall’essere impressionanti, non troveremo mai riposo. La vera felicità, dice Paolo, nasce dal sapere che è Dio stesso ad averci posti in Cristo. Essa non si conquista, ma si riceve; non nasce dai nostri meriti, ma dalla scelta di Dio, che rende stabile la nostra gioia perché non dipende più da noi.
Nel Vangelo, Gesù proclama le Beatitudini, rivelando che la felicità si trova proprio dove il mondo non guarda. I poveri in spirito, i miti, gli afflitti, i puri di cuore sono chiamati beati perché sono aperti a Dio e liberi dall’illusione dell’autosufficienza. Gesù insegna che la felicità non è l’assenza della sofferenza, ma la presenza di Dio dentro di essa. Per questo l’invito finale è sorprendente: gioire ed esultare, non perché la vita sia facile, ma perché Dio è vicino, fedele, e promette una pienezza che nulla può togliere.
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