Giovedì – 15ª Settimana del Tempo Ordinario – A

Published on 15 July 2026 at 13:00

Il libro del profeta Isaia abbraccia un lungo periodo della storia d'Israele ed è generalmente suddiviso in tre grandi sezioni. La lettura di oggi appartiene a quella che gli studiosi chiamano comunemente l'Apocalisse di Isaia, cioè i capitoli dal 24 al 27. Si tratta di una raccolta di poemi profetici che guardano oltre la crisi storica di Giuda verso la vittoria definitiva di Dio sul male e la restaurazione finale del suo popolo.

Isaia esercitò il suo ministero durante i regni di Ozia, Iotam, Acaz ed Ezechia, tra il 740 e il 700 a.C. Assistette all'ascesa dell'impero assiro, alla caduta del regno del Nord nel 722 a.C. e alla continua minaccia contro Giuda. Pur affrontando situazioni storiche concrete, questi capitoli elevano lo sguardo verso il giudizio finale e la salvezza di Dio.

Perché questo testo è stato scritto?

Israele aveva sperimentato continui fallimenti. Le alleanze militari avevano fallito. I re umani nei quali avevano riposto la loro fiducia avevano fallito. Le strategie politiche avevano fallito. Persino gli sforzi del popolo di essere giusto davanti a Dio avevano fallito.

Per questo il profeta fa pregare il piccolo resto fedele con queste parole: «Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori, ma abbiamo partorito vento.» (Isaia 26,18) In altre parole, abbiamo cercato con le nostre sole forze di ottenere la pace e la salvezza, ma non abbiamo prodotto nulla.

Poi arriva una delle più grandi affermazioni dell'Antico Testamento: «I tuoi morti rivivranno, i loro cadaveri risorgeranno.» (Isaia 26,19) È uno dei primi e più chiari annunci della vittoria definitiva sulla morte.

Nel Vangelo, San Matteo ci presenta un momento importante del ministero di Gesù. Dopo essere stato rifiutato da molti, Gesù innalza al Padre questa preghiera: «Ti rendo lode, Padre.» (Matteo 11,25) E subito dopo rivolge uno degli inviti più consolanti di tutto il Vangelo: «Venite a me.» (Matteo 11,28)

Per un ebreo del primo secolo il giogo rappresentava l'obbedienza alla Legge. Gesù non elimina il giogo, ma sostituisce quello pesante del legalismo con il suo, fondato sull'amore.

San Giovanni Crisostomo osserva che Gesù non impone, ma invita. Non dice: "Servitemi", ma: «Venite a me.» (Matteo 11,28) È un invito che manifesta tutta la tenerezza di Dio.

Sant'Agostino vede nel giogo soprattutto il peso dell'orgoglio. L'orgoglio stanca il cuore dell'uomo, mentre l'umiltà dona riposo. Per questo Gesù dice: «Imparate da me, perché sono mite e umile di cuore.» (Matteo 11,29) E Sant'Agostino conclude che l'umiltà è il fondamento di tutta la vita cristiana.

Se vogliamo trovare il vero riposo in Cristo, camminiamo dunque nell'umiltà e gustiamo la bontà e la tenerezza del Signore.


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