Cari fratelli e sorelle in Cristo, la pace sia con voi. Nella Liturgia della Parola di oggi vediamo come Dio non smetta mai di seminare la sua Parola. Il frutto di quel seme, però, dipende dalla condizione del nostro cuore.
Nella prima lettura, tratta dal profeta Geremia, Dio richiama a sé un popolo ribelle. Geremia profetizza in uno dei periodi più bui della storia d'Israele, segnato dall'idolatria e dall'infedeltà. Eppure Dio non comincia con una condanna, ma con un invito: «Ritornate, figli ribelli, perché io sono il vostro Signore.» (Geremia 3,14)
Il verbo ebraico shuv, "ritornare", non indica soltanto un ritorno fisico, ma una conversione completa del cuore. Per questo Dio promette: «Vi darò pastori secondo il mio cuore.» (Geremia 3,15) È una promessa che trova il suo pieno compimento in Cristo, il Buon Pastore, e continua nella vita della Chiesa.
Geremia annuncia anche un tempo in cui non si parlerà più dell'Arca dell'Alleanza. Non perché sia diventata meno importante, ma perché è arrivato qualcuno infinitamente più grande: Gesù Cristo. L'antica Arca custodiva la presenza di Dio; Maria, con il suo grembo immacolato, ha custodito Dio fatto uomo. E oggi Cristo continua a rimanere con noi nell'Eucaristia. Come dice San Paolo: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?» (1 Corinzi 6,19)
Nel Vangelo, molti pensano che la parabola riguardi quattro tipi di terreno. In realtà riguarda quattro diverse risposte alla stessa Parola. Il seme è sempre lo stesso. Il seminatore è sempre lo stesso. Cambia soltanto il terreno.
Per questo custodiamo il nostro cuore. Custodiamo la nostra anima. Abbiamo bisogno di buoni pastori, certamente, ma soprattutto dobbiamo accogliere personalmente la Parola di Dio, viverla, amarla e metterla in pratica, affinché porti molto frutto per la gloria di Dio.
Amen.
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